FESTA DEL CINEMA   

#RomaFF14 | Gli Omaggi e i Restauri

OMAGGIO A PIERO TOSI

La Festa del Cinema rende omaggio, con una serie di eventi, al grandissimo Piero Tosi. Maestro e capofila inarrivabile, la sua arte ha sancito il rinnovamento del costume, traducendolo in chiave del personaggio: più che contenitore o decorazione, gli abiti con Tosi sono diventati il naturale complemento di un carattere. Animato dalla ricerca della bellezza tout court da ricercare nell’eleganza, nell’armonia e nel riferimento artistico e filologico alla storia e al contesto sociale, debuttò nel 1948 con Bellissima, in cui vestì Anna Magnani. I suoi abiti immortalano una serie di personaggi che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo: da Ludwig a Il Gattopardo, passando per quelli ben più provocatori de Il portiere di notte. Un percorso artistico senza pari, culminato con l’assegnazione dell’Oscar® alla Carriera nel 2013. Ma la soddisfazione più grande per Tosi era insegnare la sua arte al Centro Sperimentale di Cinematografia: “Stare tra i giovani è l’unica fortuna, è da loro che io imparo” dichiarò. Durante la quattordicesima edizione della Festa, sono previste le proiezioni di due film di cui Tosi ha curato i costumi: Ludwig di Luchino Visconti con cui ebbe un lungo sodalizio, e Metello diretto da Mauro Bolognini. La Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia rende omaggio a Tosi con l’esposizione presso l’Auditorium di quattro abiti dedicati ai periodi 1640 e 1690. Piero Tosi ha insegnato al CSC dal 1988 al 2016 e gli abiti esposti sono stati realizzati durante i seminari di Costume dai suoi studenti con la collaborazione dell’esperto Luca Costigliolo.

Scelto da Olivier Assayas
LUDWIG
di Luchino Visconti, Italia, Francia, Germania Ovest, 1973, 238’
Cast: Helmut Berger, Trevor Howard, Romy Schneider, Silvana Mangano, Helmut Griem, Umberto Orsini
Scelto per il pubblico della Festa da Olivier Assayas, Ludwig, biografia del re di Baviera Ludwig II, incoronato nel 1864, è l’ultima parte della trilogia tedesca di Luchino Visconti, che include La caduta degli dei e Morte a Venezia. Durante il suo regno, Ludwig finanzia l’arte di Richard Wagner, coltiva un amore platonico per la cugina Elisabetta, si oppone invano all’entrata della Baviera nella guerra austro-prussiana, precocemente invecchiato si rifugia nei suoi castelli. Dichiarato malato di mente e deposto da una commissione governativa, è infine ritrovato morto in circostanze misteriose la notte del 13 giugno 1886 sulle rive del lago di Starnberg. Il film, con cui la Festa ricorda Piero Tosi, che ne curò i costumi in una delle sue collaborazioni con Luchino Visconti, è un monumento a Ludwig, figura emblematica del decadentismo e tipicamente viscontiana, un aristocratico esteta, lontano dalla realtà, dalla politica e dalla Storia, rinchiuso nei maestosi castelli fatti costruire da lui. Il film fu dapprima distribuito in una versione mutilata di circa un’ora, poi disperso in seguito al fallimento della casa di distribuzione, infine recuperato a un’asta dai collaboratori di Visconti, per poi reintegrato nel 1980 e proiettato alla Mostra di Venezia nella versione originaria.

METELLO
di Mauro Bolognini, Italia, 1970, 111’
Cast: Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo, Frank Wolff, Tina Aumont, Lucia Bosè
In memoria di Piero Tosi, si presenta una sua collaborazione con Mauro Bolognini, Metello. A Firenze, tra ’800 e ’900, Metello, giovane muratore, orfano di padre anarchico, partecipa alle prime lotte operaie, e ha una tormentata vita sentimentale: dapprima ama una vedova, Viola; dopo essere finito in galera per aver protestato ai funerali di un muratore, ne sposa la figlia, Ersilia, da cui ha un bimbo, Libero; diventa poi l’amante di una borghese sposata, Idina. I socialisti organizzano uno sciopero generale a cui Metello aderisce: dopo più di un mese, i gendarmi uccidono un operaio poco prima che lo sciopero termini con la vittoria dei manifestanti. Metello finisce ancora in carcere, ma si libera dell’infatuazione per Idina: quando esce, ritrova Libero ed Ersilia, di nuovo incinta. Il film è tratto dal libro del 1955 di Vasco Pratolini, caso letterario che suscitò un vivo dibattito nella critica marxista, forse apice e tramonto della letteratura neorealista, romanzo di formazione e insieme storico, ideologico e insieme lirico, sospeso tra l’educazione politica (dall’anarchismo al socialismo) e l’educazione sentimentale (dal libertinaggio alla fedeltà coniugale) di Metello. Per Bolognini, più del realismo, contano le psicologie dei personaggi, l’intensità emotiva, il pathos melodrammatico, il tono crepuscolare, la pregiata eleganza della messa in scena, la ricercata raffinatezza illustrativa, la luce pittorica che evoca i dipinti dei macchiaioli.


OMAGGI

Omaggio a Carlo Vanzina
CARLO VANZINA. IL CINEMA È UNA COSA MERAVIGLIOSA
di Antonello Sarno, Italia, 2019, 60’ | Doc |
Con oltre settanta titoli tra film e serie tv realizzate con il fratello Enrico, Carlo Vanzina, scomparso l’8 luglio del 2018, è stato uno dei registi italiani più seguiti, amati e visti, grazie allo straordinario successo di molte delle sue opere sul grande e piccolo schermo. Il regista Carlo Vanzina è noto al grande pubblico per i film, mentre l’uomo colto, sensibile, riservatissimo ma attento e affettuoso, è certamente meno conosciuto. Nel documentario saranno presenti interviste con molti degli amici e collaboratori artistici di Carlo ed Enrico Vanzina, ognuno di loro con un aneddoto, un ricordo e tanti racconti di vita vissuta assieme. Fra questi: Carlo Verdone, Christian De Sica, Massimo Boldi, Aurelio De Laurentiis, Giovanni Malagò, Luca Cordero di Montezemolo, Giuseppe Tornatore, Marco Risi, Ezio Greggio, Jerry Calà, Diego Abatantuono, Alessandro Fracassi, Isabella Ferrari, Sabrina Ferilli, Carol Alt, Martina Colombari, Massimo Ghini Claudio Amendola, Enrico Lucherini, Vincenzo Salemme, Raoul Bova.


Omaggio a Gillo Pontecorvo
KAPÒ
di Gillo Pontecorvo, Italia, Francia, Iugoslavia, 1960, 118’
Cast: Susan Strasberg, Laurent Terzieff, Emmanuelle Riva, Didi Perego, Gianni Garko
La Festa del Cinema ricorda Gillo Pontecorvo a cento anni dalla nascita presentando la versione restaurata di Kapò. Il film racconta l’olocausto attraverso il personaggio di Edith, giovane prigioniera ebrea in un lager nazista, la quale, per sopravvivere, accetta di collaborare con i nazisti e di diventare kapò, ossia guardiana delle altre recluse, ma recupera la propria identità e si redime grazie all’amore per un internato russo, sacrificandosi per favorire un tentativo di fuga di massa. Kapò traccia un percorso di degradazione e redenzione, di dannazione e salvezza, di smarrimento e riconquista della coscienza di sé e della dignità, di perdita e ritrovamento dell’umanità, passando attraverso quella che Primo Levi definì la “zona grigia”, l’ambigua area di intersezione tra bene e male che si estendeva tra le vittime e i carnefici della Shoah. Il film è stato restaurato da Fondazione Cineteca di Bologna e Cristaldi Film in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema di Torino. Il restauro 4K di Kapò è stato realizzato a partire dal negativo camera originale e dal negativo suono italiano conservati presso l’Istituto Luce Cinecittà. Le lavorazioni sono state effettuate presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata di Bologna nel 2019. 

 

Omaggio a Franco Zeffirelli
THE TAMING OF THE SHREW | LA BISBETICA DOMATA
di Franco Zeffirelli, Italia, Stati Uniti, 1967, 122’
Cast: Elizabeth Taylor, Richard Burton, Cyril Cusack, Michael Hordern, Alfred Lynch, Alan Webb
In ricordo di Franco Zeffirelli, recentemente scomparso, è in programma il suo secondo film, La bisbetica domata. Nel ‘500, Lucenzio vuole sposare Bianca, figlia del ricco Battista, ma Bianca non può maritarsi prima della sorella maggiore, Caterina, ragazza ribelle, acida e capricciosa che respinge tutti i pretendenti con il suo terribile carattere. Petruccio, un gentiluomo attratto dall’ingente dote di Caterina, decide di sposarla. A matrimonio avvenuto, dopo aver tentato invano di ammansire la giovane con le buone, Petruccio ricorre al metodo opposto, che sembra trasformare Caterina in una moglie dolce e docile, ma alla fine la ragazza scappa e costringe Petruccio a inseguirla prima di andare a letto, tra le risate dei presenti: forse non si è realmente sottomessa, ma ha solo trovato un altro modo di dominare suo marito. Adattamento dell’omonima commedia shakespeariana, il film è una smagliante e sontuosa festa visiva, un tripudio di colori, di richiami all’arte rinascimentale, di sfarzosi e variopinti costumi, ed è un’opera briosa, giocosa, vitale, che rilegge il testo di Shakespeare in chiave moderna e femminista. Regista di cinema, d’opera e di prosa, appassionato, elegante, raffinato, ambizioso, dai toni ammalianti e spettacolari, Zeffirelli allestì opere del Bardo all’Old Vic e a Stratford-upon-Avon, e traspose sullo schermo anche Romeo e Giulietta e Amleto.

Omaggio a Turi Ferro
TURI FERRO – L’ULTIMO PROSPERO
di Daniele Gonciaruk, Italia, 2019, 84’|Doc|
Turi Ferro è stato uno degli attori più prolifici del teatro italiano e da molti considerato un precursore, soprattutto nell’ambito della drammaturgia siciliana di cui ha reinventato stili e personaggi. Attraverso un percorso nella memoria, in un susseguirsi di ricordi, questo documentario ripercorre la vita, l’arte e i segreti di uno dei più grandi interpreti che il teatro e il cinema italiano abbiano mai avuto. Come spiega il regista Daniele Gonciaruk: “Era il 1997, e fu allora che ebbi la fortuna di incontrare e lavorare con quello che ritengo essere uno dei più grandi attori del novecento. Fu durante l’allestimento de “La tempesta” di William Shakespeare, spettacolo diretto dal figlio Guglielmo e prodotto dal Teatro Stabile di Catania, che ebbi l’impulso e la volontà di cominciare a raccontare, e lasciare traccia e memoria, di una delle più straordinarie presenze teatrali che i palcoscenici italiani abbiano mai conosciuto”.

Omaggio ad Andrea Camilleri e Ugo Gregoretti
UGO & ANDREA
di Rocco Mortelliti, Italia, 2009, 60’ |Doc|
Scherzi, battute, ricordi, note biografiche e autobiografiche, pensieri profondi narrati con divertito distacco, molta ironia e consapevole condivisione: sono gli ingredienti di questo affettuoso dialogo a due voci e in “falso movimento” – filmato dalle loro rispettive figlie, Andreina e Orsetta – fra un gigante della narrativa, Andrea Camilleri, e un titano della rivoluzione del linguaggio televisivo e audiovisivo, Ugo Gregoretti. Una tenera chiacchierata dalla quale emergono grande rispetto e amore per il prossimo e per la famiglia: circondati da mogli, figli e nipoti, Ugo e Andrea si crogiolano fieri nei propri affetti. Si erano conosciuti da giovani in Rai, dove entrambi lavoravano, ma trascorse del tempo prima che cominciassero a frequentarsi, grazie alla grande amicizia fra Andreina e Orsetta che si estese immediatamente alle due famiglie: scoprirono di avere tanto in comune nel modo di affrontare il futuro e di vivere il presente e la memoria, compresa la data del loro matrimonio, la stessa seppur in anni diversi, 28 aprile. Due persone uniche e ineguagliabili, che hanno donato tanto in termini di cultura e nel modo di vedere il mondo. Ma sempre col sorriso sulle labbra, come quando – in una delle loro ultime imprese in comune, nell’aprile del 2016 – si sono ritrovati al Teatro Massimo di Palermo nei panni del Gatto Gregoretti e della Volpe Camilleri nel “Pinocchio” da loro scritto e dunque reinventato, stanchi della cattiva reputazione a cui erano stati condannati da Carlo Collodi.


Omaggio a Luciano Salce
UMA PULGA NA BALANÇA
di Luciano Salce, Brasile, 1953, 90’
Cast: Waldemar Wey, Gilda Nery, Luiz Calderaro, Erminio Spalla, Paulo Autran, John Herbert
Luciano Salce, a trent’anni dalla sua scomparsa, viene ricordato con Uma Pulga na Balança, il suo esordio alla regia. Nel 1949, Salce parte per il Brasile, dove lavora con l’amico Adolfo Celi, allestisce diversi spettacoli, diventa vicedirettore artistico del Teatro Brasileiro de Comédia, fonda il Teatro de Segunda Feira, e dirige i suoi primi due film, entrambi scritti da Fabio Carpi, Uma Pulga na Balança e Floradas na Serra. Nel primo si narra dello spiantato Dorival, che escogita un ingegnoso sistema per arricchirsi: dopo essersi fatto arrestare, legge in galera i necrologi sui giornali, sceglie un defunto appartenente a una famiglia altolocata, fa credere ai parenti di conoscerlo, di sapere su di lui cose compromettenti, e i gli eredi finiscono per sborsare grosse somme di denaro. Satira arguta e amara della borghesia, il film ne irride la meschina ipocrisia e il falso perbenismo con il caustico e sferzante sarcasmo, con lo spirito beffardo e sardonico che saranno i tratti tipici dell’eclettica e poliedrica arte di Salce, divisa fra cinema, teatro, televisione e radio, fra le attività di regista, attore, sceneggiatore, showman, lungo una carriera segnata da quella acuta, lieve e sorniona ironia che lo ha fatto diventare una delle figure più amate della commedia all’italiana.

 

RESTAURI


FELLINI SATYRICON
di Federico Fellini, Italia, 1969, 129’
Cast: Martin Potter, Hiram Keller, Max Born, Salvo Randone, Mario Romagnoli, Alain Cuny
La Festa del Cinema celebra i cinquant’anni del film Fellini Satyricon presentandone la versione restaurato da CSC/Cineteca Nazionale con il contributo di Dolce & Gabbana. Ispirato al “Satyricon” di Petronio Arbitro, opera del I sec. a.C., giunta a noi in frammenti, il film di Fellini è un mosaico magmatico e babelico, un incubo caotico e delirante, una evocazione quasi stregonesca e spiritica di due mondi sepolti, quello del passato e quello dell’inconscio. Fellini cerca di riprodurre lo stile multiforme e la condizione frantumata del testo di Petronio attraverso il succedersi convulso e vorticoso delle vicende picaresche dei due giovani protagonisti, Encolpio e Ascilto, e dei personaggi che incrociano (il vecchio poeta Eumolpo; il malizioso efebo Gìtone; Trimalcione, liberto arricchito, volgare e ignorante; Vernacchio, attore di pantomime; il pirata Lica; un falso Minotauro; la maga Enotea; l’ermafrodita). Ne emerge un’umanità amorale, grottesca e bestiale, un mondo decadente, notturno e apocalittico, nel quale si mescolano l’elegiaco e il popolaresco, il tragico e il comico, le cerimonie mortuarie e i baccanali, il funereo tremore della morte e un carnale slancio vitalistico. La Roma imperiale di Fellini è un groviglio di labirinti reali e simbolici, dominato da un senso di precarietà, di caducità, è un insieme di affreschi che compaiono folgoranti e subito si decompongono e scompaiono, come quelli che vengono scoperti nei sotterranei della metropolitana in costruzione in un altro film di Fellini, Roma.

Restauro a cura del CSC-Cineteca Nazionale, realizzato con il contributo di Dolce & Gabbana nel 2012, a partire dal negativo originale 35mm e dal negativo sonoro ottico messi a disposizione da Alberto Grimaldi Productions.

L’evento è un’anticipazione delle celebrazioni Fellini 100, che inizieranno ufficialmente nel gennaio 2020 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Federico Fellini e sono promosse dal Mibact e da un comitato organizzatore di cui fa parte il CSC-Cineteca Nazionale.

 

 

GRUPPO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO
di Luchino Visconti, Italia, Francia, 1974, 125’
Cast: Burt Lancaster, Helmut Berger, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Stefano Patrizi, Elvira Cortese
La Festa del Cinema presenta Gruppo di famiglia in un interno, penultimo film di Luchino Visconti, nella versione restaurata da CSC/Cineteca Nazionale. Un anziano professore vive circondato da quadri e libri in un antico palazzo romano; la sua solitudine è turbata da Bianca, una volgare signora borghese che lo convince ad affittarle l’appartamento al piano superiore, dove lei sistema il giovane amante Konrad e la figlia Lietta con il fidanzato Stefano; dapprima disgustato da questa invadente famiglia, il professore se ne sente poi attratto e vivificato, ma finirà per restare di nuovo solo ad aspettare la morte. Il film è il decadente e crepuscolare ritratto di un aristocratico che, rifiutando il presente, si rifugia nella solitudine, nel passato, nei ricordi, per poi ammettere la possibilità vitale di un legame con i tempi nuovi, fino a dover in ultimo riconoscere l’ineluttabilità della fine. Si ritrovano nel film i quattro elementi ravvisati da Gilles Deleuze nel cinema di Visconti: il mondo chiuso dell’antica aristocrazia, amante dell’arte ma priva di forza creatrice, sepolta in abitazioni museali; il processo di disgregazione che mina il vecchio mondo aristocratico con fattori esterni perturbanti che si insinuano al suo interno (i borghesi, i giovani); la Storia, vista di sbieco (le agitazioni politiche e il terrorismo degli anni settanta), che accelera la disgregazione; l’idea che sia troppo tardi per cambiare la propria vita, per salvarsi, per ritrovare il tempo perduto.

IL MANOSCRITTO DEL PRINCIPE
di Roberto Andò, Italia, 2000, 90’
Cast: Michel Bouquet, Jeanne Moreau, Paolo Briguglia, Giorgio Lupano, Laurent Terzieff, Massimo De Francovich
Il manoscritto del Principe di Roberto Andò, restaurato da CSC/Cineteca Nazionale, narra gli ultimi anni di vita del Principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore de “Il Gattopardo”, e il rapporto intellettuale che lo scrittore intrecciò con due suoi giovani allievi, l’aristocratico Guido (nella realtà Gioacchino Lanza Tomasi, che diventò musicologo e figlio adottivo del Principe) e il piccolo borghese Marco (nella realtà Francesco Orlando, che diventò docente di letteratura), i quali si contendevano la predilezione e l’eredità spirituale del Principe. Tomasi di Lampedusa divideva gli scrittori in due categorie: i “magri”, dallo stile asciutto, allusivo, reticente, che non rivelano apertamente l’intimità dei personaggi, e i “grassi”, dallo stile rigoglioso, minuziosamente descrittivo, che – soprattutto attraverso i dialoghi – dispiegano esplicitamente ogni dettaglio dell’anima dei personaggi. Il film di Andò, affrontando temi come il contrasto tra nobiltà e borghesia (centrale anche nel Gattopardo), sceglie lo stile magro, il sottinteso, l’implicito, per parlare di passioni inespresse, e sembra quasi dire, come scrisse il Principe, che “il carattere della gente noi lo comprendiamo di massima attraverso le loro azioni, i loro sguardi, i loro balbettii, l’aggrovigliamento delle loro dita, i loro silenzi o la loro subitanea loquela, il colore delle loro guance, il ritmo del loro passo”.

IL MESTIERE DELLE ARMI
di Ermanno Olmi, Italia, Francia, Germania, Bulgaria, 2001, 105’
Cast: Christo Jivkov, Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Fabio Giubbani, Sasa Vulicevic, Dessy Tenekedjieva
La Festa del Cinema presenta Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi, restaurato dall’Istituto Luce Cinecittà e da CSC/Cineteca Nazionale. Il film segue gli ultimi giorni di vita di Giovanni de’ Medici, detto “delle Bande Nere”, “nobile e valoroso capitano” (scrisse l’Aretino), dell’esercito di Papa Clemente VII, “audace, impetuoso, di gran concetti” e unico “capo, a chi li soldati vadino più volentieri dietro” (scrisse Machiavelli). Nel 1526, Giovanni combatte per fermare la marcia su Roma degli Alemanni dell’imperatore Carlo V, guidati da Georg von Frundsberg, ma è ferito da un’arma da fuoco, perde una gamba, e dopo 4 giorni di agonia muore a Mantova a 28 anni. Il mestiere delle armi è un film sulla morte divisa tra materialità della carne e sacrale eternità, la morte che strazia un giovane eroe la cui vita si fa teatro del contrasto fra la guerra tradizionale, quella dell’etica e dell’epica cavalleresche, e la nuova guerra delle vili armi da fuoco che consentono al meno prode di prevalere, dell’artiglieria a causa della quale “la militar gloria è distrutta” e “il mestier de l’arme è senza onore” (scrisse Ariosto). Sullo sfondo della vita di Giovanni, l’arte della guerra entra in contrasto anche con le milizie mercenarie, e soprattutto con gli intrighi, gli inganni, le macchinazioni della politica, di Alfonso d’Este e di Federico Gonzaga, che favorirono per calcolo personale l’avanzata dei Lanzichenecchi. Il film è un dolente requiem in morte di un giovane uomo, e in morte di un’epoca, di una civiltà, di un mondo.

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