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Marc’Aurelio all’attore per Richard Gere

La sesta edizione del Festival consegnerà il premio Marc’Aurelio all’Attore a Richard Gere, il divo di Hollywood da sempre impegnato in battaglie umanitarie, protagonista di film popolari come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes, Terrence Malick. Richard Gere introdurrà la proiezione di Days of Heaven (I giorni del cielo), secondo bellissimo film di Terrence Malick che per primo offrì all’attore un grande ruolo da protagonista. Questo evento nasce grazie alla collaborazione di Universal Pictures Italia Home Entertainment che ha concesso la visione del film, prodotto da Paramount Pictures.

La prima volta che incontrai Richard Gere fu a Roma nel 1979 in casa di un amico comune, il grande scenografo Ferdinando Scarfiotti che aveva da poco disegnato l’ancora inedito American Gigolo. Lo accompagnammo fuori dal cinema Ariston dove si proiettava I giorni del cielo, il suo primo film da protagonista, e ricordo la sua emozione e allegria nel guardare quei manifesti italiani. Più tardi, attraversando la sala di un ristorante con la sua camminata ritmica e un po’ arrogante calamitò l’attenzione di tutti i presenti. La ‘star quality’ di quel bellissimo ragazzo sconosciuto fu evidente per tutti. Qualche mese dopo American Gigolo uscì e divenne un caso. La sequenza di Gere a testa in giù che fa ginnastica e quella in cui passa in rassegna il suo vasto guardaroba entrarono da subito nell’immaginario collettivo, così come il finale di Ufficiale e gentiluomo con il proletario finalmente in divisa che prende fra le braccia l’operaia Debra Winger fece sognare milioni di donne in tutto il mondo, riproponendo con successo l’inganno hollywoodiano di un lieto fine che quelle stesse donne forse ancora aspettano. Gere era diventato una star di prima grandezza ed il suo fascino indiscutibile era la sua fortuna ma anche la sua trappola. Lui che, dopo gli inizi da musicista aveva iniziato a recitare in teatro, capì presto che avrebbe dovuto lottare per ottenere ruoli più impegnativi e coraggiosamente interpretò su un palcoscenico newyorkese un omosessuale prigioniero in un campo di sterminio nazista in Bent di Martin Sherman. Fu forse anche il primo passo del suo da allora ininterrotto impegno a favore di minoranze oppresse: gli esuli del Tibet, le persone affette da HIV. La sua apparente spavalderia cominciò a lasciar trapelare la sensibilità di un uomo deciso a combattere ingiustizie sociali e che guardava alle filosofie orientali per mantenere il proprio equilibrio in un ambiente dominato dalle apparenze. La sua recitazione che non tradiva sforzo fu finalmente riconosciuta come autentico talento a partire forse da Affari sporchi dove interpretò il suo primo personaggio negativo. Era il 1990 e quello stesso anno il quarantenne Richard ottenne la decisiva consacrazione con il successo planetario di Pretty Woman. E poi Rapsodia in Agosto di Akira Kurosawa, realizzato grazie alla sua partecipazione ed in cui il suo sguardo ‘orientale’ gli permise di essere un credibile nippo-americano. E tanti film importanti, interessanti come Sommersby, il televisivo Il grande gelo, sui primi anni del flagello AIDS, Schegge di paura, L’angolo rosso, Unfaithful, e la parentesi musicale di Chicago (per il quale ha ricevuto il Golden Globe®) e Shall We Dance? Per questi ultimi due Gere, che aveva suonato il piano in Pretty Woman e la tromba nell’affascinante Cotton Club, ha puntigliosamente perfezionato le sue grandi potenzialità di ballerino. Il suo metodo di lavoro, ha dichiarato, è basato essenzialmente su lunghe chiacchierate con i suoi registi, affrontando argomenti che spesso esulano dal film, sino a raggiungere un’intesa più preziosa di qualunque direzione di regia. E i risultati si possono apprezzare in film anche molto diversi fra loro come i due presentati negli scorsi anni al Festival Internazionale del Film di Roma e diretti da Lasse Hallström: L’imbroglio e Hachiko. Spesso anche produttore, per chi come me ha avuto la possibilità e fortuna di seguirlo da vicino per tanti anni con ammirazione ed affetto, Richard Gere è un uomo capace di mantenere la propria integrità morale e generosa umiltà, senza permettere mai al successo di alterare una lucida e ‘compassionevole’ visione del mondo, bilanciando con stile il proprio ruolo di marito e padre con i numerosi impegni caritatevoli e una mai sopita passione per il lavoro. Il premio Marc’Aurelio va ad un attore che ha attraversato i decenni con talento e fascino ma anche ad un uomo che non si stanca mai di mettere una vastissima popolarità al servizio di chi non può far ascoltare la propria voce.

 

di Claudio Masenza
(dal catalogo)

 

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