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3 novembre: Theary Seng incontra il pubblico

Theary Seng, l’avvocatessa cambogiana che alla fine degli anni settanta, ancora bambina, subì con la sua famiglia le violenze dei Khmer Rossi, sarà ospite domani 3 novembre al  Festival Internazionale del Film di Roma. La Seng, americana di adozione, presenzierà alla proiezione del documentario dei registi David Aronowitsch e Staffan Lindberg Facing Genocide: Khieu Samphan and Pol Pot, in concorso al Festival nella sezione L’Altro Cinema | Extra diretta da Mario Sesti. Nel film di Aronowitsch e Lindberg, l’avvocatessa figura come antagonista di Khieu Samphan, personaggio principale del racconto, all’epoca dei fatti capo dello Stato sotto il regime di Pol Pot, di cui ancora oggi si professa nostalgico. Dopo la proiezione, Theary Seng, odierno punto di riferimento legale per le vittime della dittatura dei Khmer Rossi, incontrerà il pubblico. Appuntamento: 3 novembre, ore 22.30,Teatro Studio dell’Auditorium.


Note biografiche su Theary Seng
: All’età di cinque anni Theary viene catturata, assieme alla madre e ai fratelli (il padre era già stato ucciso), dai Khmer Rossi di Pol Pot, e incarcerata con tutta probabilità nel tristemente noto Centro di Tortura S-21. Durante il suo confinamento, perse anche la madre, prelevata nel sonno dai seguaci di Pol Pot e uccisa brutalmente nei campi di riso adiacenti ai campi di prigionia, i terribili “Killing Fields” cambogiani. Sopravvissuta al genocidio, la Theary volò, con i parenti superstiti, negli Stati Uniti, dove poco più che ventenne intraprese gli studi di giurisprudenza e si laureò avvocatessa. Da alcuni anni la Seng vive di nuovo in Cambogia e si è costituita parte civile insieme ad altre vittime, che furono rese orfane dal regime, e che assiste nello sporgere denuncia contro i leaders ancora in vita dei Khmer Rossi: Khieu Samphan, Nuon Chea, Ieng Sary e Ieng Thirith.


Il  Film
Facing Genocide: Khieu Samphan and Pol Pot
di David Aronowitsch, Staffan Lindberg, Svezia – Norvegia, 2010, 94’
Viaggio nella vita (e nella psiche) di Khieu Samphan, capo di Stato della Kampuchea democratica durante il sanguinario regime dei Khmer rossi. Prima di essere arrestato e processato per crimini contro l’umanità, Khieu – con cui gli autori hanno trascorso quasi diciotto mesi – ripercorre la sua vicenda personale e quella del regime, mettendo in scena un lucido schema psicologico della barbarie e, soprattutto, della disarmante indifferenza cui spesso si accompagna. Un’autentica, mirabile lezione di “banalità del male”: ogni tentativo di far prendere coscienza al protagonista del raccapriccio di cui è stato complice, è completamente vano. Pol Pot, per la prima volta, occhieggia qua e là nel repertorio inquietante e spettrale.

 

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