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Marc’Aurelio d’oro alla carriera per Meryl Streep

L’interprete che il Festival di Roma premierà quest’anno per la carriera, la personalità e lo stile, così come negli anni scorsi ha fatto con Sean Connery, Sophia Loren e Al Pacino, gode di una tale popolarità che da una parte è superfluo spiegare il perché di questo riconoscimento, dall’altra, proprio per questo, è importante cercare di osservare più da vicino le cause di un tale successo. Mrs Streep, da questo punto di vista, appare almeno altrettanto determinata e provvista di risorse quanto molti dei suoi personaggi. Ha iniziato a vincere premi appena apparsa sullo schermo (l’Emmy Award per Holocaust), detiene il record di nomination (15 per l’Oscar®, 23 per i Golden Globe) e l’anno scorso, con Mamma mia!, ha definitivamente confutato il pregiudizio che fosse troppo dotata nel dramma per diventare simpatica e divertente in una commedia (convinzione che le commedie degli anni ’80 e 90, come Heartburn, She Devil e La morte ti fa bella, anche a causa del loro modesto esito al box office, avevano radicato ad Hollywood). Considerata come l’attrice di maggiore talento della sua generazione alla fine degli anni ’70, la Streep fu costretta ad affrontare, nel decennio successivo, la freddezza delle major americane superati i trent’anni, che le fece dire che gli studios non le offrivano ruoli di primo piano perché vederla ricordava ai dirigenti l’età della prima moglie. È considerata l’attrice più brava nell’affrontare parti di donne dall’accento straniero, ha una pelle di porcellana, una massa luminosa di capelli che cattura la luce dell’inquadratura, un mimetismo virtuosistico, un ovale di una espressività minuta e ininterrotta ed è in possesso di una tecnica impeccabile e completa (la voce addestrata dalle lezioni di canto di gioventù, solide basi di danza): forse più di quanto sia successo a Kathrine Hepburn o a Bette Davis o a Jane Fonda durante la loro epoca – tutte attrici che come lei hanno avuto l’abilità e la fortuna di incarnare un modello di eccellenza d’attore sullo schermo – la Streep ha dovuto innanzitutto affrontare gli anticorpi generati inevitabilmente da chi viene identificato con una macchina troppo perfetta per essere anche vera. “Un delizioso robot”, disse John Cazale, il grande attore del Padrino e di Quel pomeriggio di un giorno da cani, al quale la Streep fu legata sentimentalmente e che accudì fino alla morte prematura subito dopo Il cacciatore (di Cazale, a Roma, hanno parlato a lungo sia Coppola che Al Pacino e quest’anno, d’intesa con Meryl Streep, tra i film della retrospettiva verrà proiettato anche I Knew It Was You, che rievoca la breve ma folgorante carriera di questo attore straordinario). Sembra incredibile, soprattutto per il pubblico di oggi che conosce la Streep come una delle attrici di più alta temperatura emotiva, ma la sua più grande battaglia è stata lottare contro l’impressione di freddezza e perfezione della sua strepitosa apparenza sullo schermo. La scelta dei film della retrospettiva/omaggio all’attrice (da lei stessa approvata) confuta con larga maggioranza questi anticorpi. Quante hanno sfidato senza protezione il rifiuto di una tradizionale identità materna (in film come Kramer contro Kramer o Un grido nel buio o The Mancuhrian Candidate) e quante hanno esplorato oltre i confini già noti il romanticismo di personaggi femminili costretti dall’epoca o dalla soggezione maschile in confini troppo stretti o umilianti (in film come La donna del tenente francese, Plenty, La mia Africa)? La Streep ha conquistato nell’immaginario cinematografico, ma anche nella cultura, nuovi, sconosciuti territori all’identità femminile, spesso tutt’altro che rassicuranti o gratificanti. Se in film come Innamorarsi o I ponti di Madison County affronta con radicalità e raffinatezza memorabili donne costrette alla rinuncia, sono film come Il diavolo veste Prada o Mamma Mia! (o Il dubbio) che, seppure in modi drasticamente difformi, le consentono di schizzare ritratti di donne che sembrano sapere bene come avere a che fare con le strategie di dominio, potere, controllo, ricerca del piacere tipiche del mondo maschile. In realtà Mrs Streep è insuperabile proprio nella narrazione complessa di entrambi gli aspetti (come in film sottovalutati come One True Thing o Adaptation): non c’è personaggio di spessore che abbia interpretato che non viva fino in fondo la battaglia tra controllo e disfatta nell’affrontare le proprie emozioni. È per questo che tutti la amano. Da La scelta di Sophie a Il diavolo veste Prada, forse gli antipodi di una galleria straordinariamente ampia (tipica dei più grandi attori), da una madre/martire ad una madre/matrigna, questa attrice sembra scoprire insieme a noi l’inaudito, ovvero quanto si somiglino la tirannia e il panico, l’accanimento e la vulnerabilità estrema, come se in ogni istante siano entrambi in agguato e lei sia lì sullo schermo per affrontare per noi, come un delizioso guerriero, entrambi. Di questa guerra, questa straordinaria attrice, non fa che inviarci bollettini accurati, dolorosi e commoventi, ad ogni film, da più di trent’anni. Non una sola emozione da lei provocata sullo schermo che non ci ricordi qualcosa di familiare e, forse, inconfessabile.

 

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