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Arriva Borat, delirio anarchico e surreale

84 minuti di feroce ironia, di sboccata comicità ma di raffinata intelligenza. Un delirio anarchico e surreale, una raffica di battute politicamente scorrette sparate contro tutto e tutti. Parte come una parodia di un film di Kusturica e finisce come una commedia trash diretta da John Waters. Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan, l´attesissimo “mockumentary” di Larry Charles e Sacha Baron Cohen (alias, il cerlebre Ali G) è finalmente arrivato alla Festa.
Borat è un giornalista kazhako in partenza, insieme al suo produttore, per gli States con lo scopo di realizzare un documentario sull´american way of life per conto della tv di stato. Ma una volta giunto negli Stati Uniti conosce in televisione il sex symbol Pamela Anderson e se ne innamora perdutamente. Inizia dunque a trascurare il proprio lavoro e da New York parte alla volta della California per sposarla.
Il finto documentario si apre su un villaggio del Kazhakstan rappresentato secondo i più insulsi stereotipi razzisti che contraddistinguono lo sguardo occidentale, rivolto a quella che, per noi, è una zona indistinta che va dall´Europa orientale all´Asia occidentale, quella delle ex repubbliche sovietiche. Borat presenta il villaggio, suo luogo natale: la sorella, quarta prostituta di tutto il paese; la madre che è la donna più vecchia del villaggio con l´età di ben 43 anni! (in realtà una comparsa di novant´anni circa, stereotipo dell´invecchiamento precoce delle donne eurasiatiche); la caccia all´ebreo, il gioco preferito dagli abitanti del paese; i bambini con la sigaretta in bocca alla guida di colorati catorci, residui dell´industria automobilistica sovietica; la moglie obesa che minaccia in continuazione di staccargli l´organo genitale; la propria casa: un´unica stanza dentro la quale c´è di tutto e in cui vive anche una mucca.
Con questo background Borat arriva a New York e l´impatto è devastante: in albergo scambia l´ascensore per la propria camera, si sciacqua il viso utilizzando il water, esibisce con naturalezza pratiche onanistiche beneficiando dell´ausilio di riviste osè, cerca di acquistare una automobile in grado di uccidere, strada facendo, gli zingari; urla improperi passando davanti all´ambasciata uzbeka; lava i propri, a dir poco bizzarri, indumenti intimi in un laghetto di Central Park accanto al suo produttore che orina, espleta i bisogni corporali dentro un´aiuola in piena Manhattan. Borat si aggira per le vie della Grande Mela ma non si sente accettato. Durante il viaggio coast to coast lo sgangherato giornalista, quindi, cerca di imparare le usanze statunitensi: va a lezione di bon ton, si ritrova a colloquio con un rappresentante della Casa Bianca, finisce ad un raduno pentecostale; partecipa a un rodeo texano, covo di estremisti repubblicani, cantando sulle note dell´inno americano le parole di un finto inno kazako e via di seguito. In tutti queste situazioni ne combina di tutti colori, infilando una gaffe dietro l´altra, scandalizzando il perbenismo e i “valori democratici” degli americani con una sequela di battute impossibili da riportare data “l´oscenità” del linguaggio.
È chiaro fin da subito che il vero bersaglio dell´ironia non è il popolo asiatico ma sono proprio gli americani che, nonostante la loro presunta superiorità, si rivelano spesso abbastanza simili ai finti kazhaki poco evoluti. Soprattutto per quanto riguarda gli omosessuali, gli arabi, le donne.
 

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